MAYA: UN FLASH SUI MISTERI

È innegabile che i Maya da sempre esercitino sulla mente collettiva un fascino apparentemente inspiegabile. In realtà questo popolo e questa cultura incarnano alla perfezione il mito della civiltà misteriosa.
Mistero sulla loro comparsa sulla scena della Storia: senza alcun segno di fasi intermedie che portino alla definizione e al consolidamento dei peculiari caratteri distintivi della loro arte, i Maya appaiono di colpo con la loro architettura, maestosa e squisita nelle proporzioni, le loro pitture murarie - alcune delle quali tuttora splendidamente conservate, come a Yaxchilan e Bonampak – e la loro scultura raffinata ed enigmatica (vedi Copan e Quirigua). Ma soprattutto appare già, perfettamente definito, il loro straordinario codice matematico, al tempo stesso sofisticatissimo e semplicissimo: basato su tre segni di notazione (un punto equivale all'unità, una barra equivale a cinque unità, ed il glifo stilizzato di una conchiglia aperta equivale a zero - concetto matematico fondamentale di cui siamo tutti debitori ai Maya) laddove noi ne usiamo dieci e sulla progressione vigesimale (basata sul 20, che genera il codice binario) laddove noi usiamo il sistema decimale, questo codice matematico permise ai Maya realizzazioni che ancor oggi ci sbalordiscono - come ad esempio l'indicazione di una data su una stele di Quirigua (nell'attuale Guatemala), che punta ad un giorno preciso di circa 400 milioni di anni fa.
Mistero sulla loro scomparsa, che il sistema di correlazione con il calendario giuliano ci permette di datare con precisione: 832 d.C. In quell'anno, per motivi che restano ufficialmente ancora ignoti, i Maya abbandonano i loro meravigliosi centri cerimoniali nelle giungle del Peten e negli altipiani del Chiapas, e scompaiono dalla scena della Storia (il periodo che José Argüelles definisce le sette generazioni perdute), per poi secondo gli storici ufficiali, ricomparire dando vita, insieme ad Aztechi e Toltechi, alla Lega di Mayapan e alla fondazione della nuova Chichen Itza, nel 987. La loro ufficiale ricomparsa, altrettanto misteriosa, denuncia tuttavia i segni evidenti di una netta decadenza: a parte la perdita dei caratteri distintivi della loro arte (che si accompagna ad una marcata inclinazione alla rappresentazione di scene cruente, prima di allora inconsuete), spicca la mancanza delle iscrizioni calendriche sui monumenti - tratto comune alle sculture Maya fino a quel periodo. Infatti storici ed archeologi parlano di Maya post-classici, sottolineando la soluzione di continuità con gli avanzatissimi e, a dir poco, incredibilmente straordinari, Maya Classici.
Ma il mistero è soprattutto nella visione del mondo, nel livello di consapevolezza, in quello che oggi chiameremmo il progetto culturale di questa affascinante civiltà: gli ideali, i modelli, i valori che definivano la mente Maya. Una civiltà che la storiografia ufficiale archivia nel novero delle curiosità della Storia, presentandoci l'idea di un popolo in perenne lotta contro un ambiente inospitale, che non conosceva la metallurgia, non praticava l'agricoltura, e - accusa infamante e decisiva - non usava la ruota. Ma allora, cosa ci faceva un popolo di aborigeni neolitici (sic) con 17 calendari, con conoscenze matematiche senza pari, con osservatori astronomici che destarono l'ammirazione e l'incredulità di chi li riscoprì mille anni più tardi?
A ben guardare, l'intera serie delle decadenze dei Nuovi Maya è da riconsiderare in toto:
Se non praticavano la metallurgia, come fecero a tagliare i blocchi di pietra delle loro maestose piramidi? E i loro incredibili specchi di ossidiana, fatti di numerosi esagoni perfettamente accostati, messi in piano e levigati, come furono realizzati? E cosa si può dire dei misteriosissimi teschi di cristallo, tutti provenienti dall'area Maya (il più famoso, con la mascella snodabile, fu rinvenuto dall'archeologo Mitchell-Hedges a Lubantuum, nell'attuale Belize)?
Chi ha il coraggio di sostenere che i Maya non praticavano l'agricoltura, sa da dove provengono gli alimenti-base essenziali della nostra dieta? Chi sa che prima che i conquistadores portassero in Europa il mais noi usavamo il grano saraceno ? Chi sa a chi dobbiamo pomodori, fagioli, cacao, patate ? E come mai un popolo che non praticava l'agricoltura aveva un Dio del Mais?
A questo punto non si può fare a meno di sdoganare la tesi della ciclicità dei periodi cosmici, prendendo a riferimento i testi vedici con i famigerati YUGA. Questo spiegherebbe perfettamente il motivo del 'salto' esponenziale fra le due culture, Maya e Atzechi, e delle loro abissale differenze che sono estremamente più rilevanti delle analogie.
Una affermazione, infatti, che in apparenza sembra la più azzardata di tutte, cioè quella che i Maya non conoscevano la ruota, si rivela la più affascinante: darebbe corpo alla tesi che nell'era cosmica in cui il misterioso quanto ineffabile Popolo si manifestava sul Piano terrestre, assicurava performances ai Maya diametralmente opposte di quelle dei loro eredi Atzechi, sia in termini di spiritualità, quindi etica e cultura. Possibile quindi la tesi relativa all'inversione periodica degli Yuga, dall'età dell'Oro (Satya) a quella del Ferro, (il Kali, che è quella attuale) cioè dopo decenni di sterile ripetizione di questo concetto (equivalente alla retrocessione nella serie B delle culture planetarie, anzichè il contrario), finalmente qualcuno (ancora Argüelles) si pone una semplicissima, banalissima domanda: cosa se ne farà mai della ruota un popolo che non dispone di animali da tiro, atti al traino? E tutti restano di stucco. Già. Quando, per la prima volta nella loro vita, gli indigeni della Mesoamerica videro i cavalli, la loro meraviglia fu tale che inizialmente li considerarono come dèi, al pari degli uomini bianchi e barbuti; questo facilitò grandemente l'infame opera di devastazione, saccheggio, genocidio e usurpazione (le cose non andarono molto diversamente per Pizarro in Perù), quanto basta per evidenziare l'orrore dell'abominio dei valori autentici del vivere umano di quell'epoca..
Altro luogo comune sui Maya è che essi fossero 'ossessionati dal tempo'; si dice questo perché la loro conoscenza del tempo era sbalorditiva - e resta tale ancor oggi per noi. Erigevano una stele ogni 5 anni, solo per marcare la posizione di Venere; avevano un elaborato sistema calendrico basato sulla sincronizzazione di cicli astronomici diversi, da loro calcolati con un margine di errore infinitesimale - in largo anticipo sul cosiddetto vecchio mondo; tenevano accuratamente computi diversi, come quello del Grande Ciclo, di circa 5.200 anni, fino ad arrivare a mega-cicli di 104.000 anni, o ai misteriosi cicli Ahau di 256 anni; avevano previsto l'eclissi totale di Sole sul Messico del 1991, con secoli di anticipo.
Eppure fu solo 20 anni dopo l'infame autodafè di Izamal in Messico; dove il Vescovo De Landa dette alle fiamme i testi ed i codici che contenevano tutto il tesoro della conoscenza Maya del tempo, che il Vaticano mise finalmente mano alla riforma del calendario, promulgata da Papa Gregorio XIII nella bolla papale datata 5-15 Ottobre 1582. In quella riforma - che ha spostato un paio di virgole in quello che è e resta il calendario giuliano - si risolveva finalmente una imperfezione del computo che, nel corso di più di 1.600 anni, aveva accumulato dieci giorni di errore.
Dunque nasce legittimo il sospetto che quei testi, quei codici, che condensavano la conoscenza Maya sul tempo, non siano andati distrutti, anzi possano essere serviti da base per una necessaria, doverosa correzione del computo nel nostro sistema calendrico. Lecito a questo punto pensare che, nei chilometri di biblioteche vaticane sotterranee di cui abbiamo recentemente appreso l'esistenza, siano ancora custoditi alcuni dei mitici codici Maya..


